Massimo d'Azeglio

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Classe 5a superiore, scuola secondaria di  2° grado

Massimo d'Azeglio è stato un grande politico italiano ed un grande scrittore e pittore italiano.

Italiano nel senso che ha scritto in lingua italiana, è vissuto, inoltre, in Italia, essendo nato a Torino nel 1798 e morto a Torino nel 1866. Il suo cognome di famiglia è Taparelli; dovrebbe essere chiamato come lo sconosciuto Massimo Taparelli. Ma, essendo un politico francese, inviato in Italia a dominare la repubblica italiana, infatti è stato anche Presidente del Consiglio dei Ministri, quindi capo del governo, ma del Regno di Sardegna, dal 1842 al 1859, prima della Unità d'Italia del 17 marzo 1861, lo si ricorda ancora con il nome di Massimo d'Azeglio, dove Azeglio è una intera città del Piemonte, che lui allora possedeva interamente.

Questo dimostra che l'Italia è stata sempre sottomessa alle potenze straniere, sin da quando Giulio Cesare, se ne tornò dalla Gallia, la attuale Francia, a chiedere agli antichi Romani il tributo, cioè le tasse da versare alla Francia, e i Senatori Romani lo uccisero per questo, il 15 marzo dell'anno 44 a.c. ( prima di cristo ).

A mio avviso, un uomo politico è un insieme di vita, avvenimenti storici, successi, insuccessi, prigionie, e a volte tragica morte. A noi restano solo le opere scritte dai politici vincitori; raramente i politici perdenti hanno avuto risorse economiche sufficienti a scrivere le loro opere, pubblicarle, cioè diffonderle spendendo diversi soldi, in modo da poter influenzare le sorti delle nazioni in cui sono vissuti ed hanno governato. Al povero non è stato mai consentito scrivere libri; né tanto meno diffondere le proprie opere; né tanto meno influenzare con i propri scritti, quella che ora si chiama pubblica opinione, cioè il consenso che si ottiene dal popolo, spendendo diversi miliardi di euro per ottenerlo. Oggi, come sempre, nella storia della umanità.

Non è semplice scrivere qualcosa di uno scrittore; mancano le fonti; quelle che ci sono non sono attendibili; tuttavia ci provo, in quanto ritengo giusto che i giovani di oggi vengano a conoscenza degli uomini politici, che, nel bene e nel male, si sono, tuttavia, impegnati nella costruzione e nel governo di una nazione detta Italia, e di un continente detto Europa.

Cominciamo dai difetti di un politico, cioè quello di non capire a sufficienza che la storia e la vita dei popoli è universale, è globale, è mondiale; nel senso che se nell'America del Nord esiste uno stato assai potente, detto Stati Uniti d'America, non si può fare politica né locale, né nazionale, né europea senza tenerne conto. Il d'Azeglio è stato spesso contrario a Napoleone Bonaparte; lo ha visto come un esaltato usurpatore del trono di Francia, e non come un americano del nord venuto in Europa a difendere gli interessi mondiali dell'America di allora. Se d'Azeglio avesse compreso la storia in senso mondiale, l'Italia unita si sarebbe fatta molto prima e non sarebbe rimasta sottomessa eternamente a Francia, Inghilterra, e Germania, come lo è ancora ai giorni nostri; ma sarebbe stata una nazione europea al pari delle grandi nazioni mondiali. Ma la storia non è fatta di "se", ma di uomini politici, di solito ignoranti, che detengono il potere senza occuparsi di come i loro padri lo hanno avuto, nel corso dei secoli precedenti.

Della vita di Massimo d'Azeglio è utile ricordare che si sposò nel 1831 con Giulia Manzoni, figlia di Alessandro Manzoni; la moglie morì ben presto nel 1834; da lei ebbe la figlia Alessandra. Egli era cugino dello scrittore Cesare Balbo; era fratello del gesuita Luigi Taparelli; era amico di Vittorio Alfieri; era amico della regina Vittoria d'Inghilterra e visse per un periodo a Londra come ambasciatore del Regno di Piemonte e Sardegna.

Ricordiamo tra le opere di letteratura i suoi romanzi storici, che sono delle opere in prosa, che prendendo lo spunti da avvenimenti storici, a volte veri e a volte inventati dall'autore, descrive situazioni italiane dei secoli passati, col fine sia di farsi pubblicità come scrittore, sia di farsi promotore egli stesso della riunificazione italiana. Nel 1833 pubblicò: Ettore Fieramosca, o la disfida di Barletta; nel 1841 pubblicò: Niccolò de' Lapi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni;  nel 1846 pubblicò: Degli ultimi casi di Romagna.

Massimo d'Azeglio fu Presidente del Consiglio dei ministri dal 7 maggio 1849 al 4 novembre 1952, per più di tre anni, nel regno detto di Sardegna, che allora comprendeva il Piemonte, la Valle d'Aosta, la Liguria e la Sardegna; il re dei Savoia stava a Torino e per conto dei Francesi governava il suo Regno. Gli altri stati o regioni italiane, in quel tempo erano tutte governate dagli stranieri; in particolare la Lombardia, il Veneto e la Toscana erano sottomesse all'imperatore di Germania; Emilia Romagna, Lazio, Umbria e Marche erano sottomesse alla Francia ma governate dal Papa cattolico, che aveva sede a Roma ed allora aveva il potere temporale, cioè aveva il governo delle sue regioni, come se fosse un re, anche se veniva chiamato papa e i suoi ministri venivano chiamati cardinali, vescovi, sacerdoti, monaci, abati. Infine la Campania, Puglia, Calabria e Sicilia erano sottomesse alla Spagna, con a capo il re di Napoli ed il regno di allora era detto delle due Sicilie. Gli Stati Uniti d'America erano già indipendenti dal 1783 ed esercitavano già la loro influenza in Europa, oltre che nel resto del Mondo.

Il potere politico si è sempre conquistato con il sangue, cioè continue lotte, anche all'interno delle stesse famiglie dei politici, per raggiungere i massimi poteri e cercali di mantenerli più tempo possibile. In questo contesto si inseriscono le tre opere letterarie, cioè i tre romanzi storici, pubblicati da Massimo d'Azeglio dal 1833 al 1846. Egli, infatti, si inserisce politicamente nel fenomeno politico detto del Risorgimento, cioè l'idea di sopprimere i vari stati italiani e rendere l'Italia unita e sottomessa ad una delle potenze straniere; mentre il fratello di Massimo, cioè Roberto d'Azeglio, alla morte del loro padre si occupò politicamente della Savoia e del regno di Sardegna, Massimo d'Azeglio dovette andare in Lombardia, dove tentò di rendere sottomessa la intera Italia alla Germania. In questa impresa non riuscì, ma vi riuscì in quella rendere sottomessa l'intera Italia alla Francia. Infatti la pubblicazione del 1846 del romanzo storico: Degli ultimi casi di Romagna, aveva lo scopo di riunificare o annettere l'intero Stato Pontificio, al Piemonte, facendo come capo il Re del Piemonte di allora, cioè Carlo Aberto di Savoia, per conto sia degli inglesi, sia dei russi, sia degli americani e sia dei francesi, sia degli spagnoli. Egli, infatti, percorse dapprima nel 1845 l'intero stato pontificio, creando una rete politica, detta trafila, cioè un insieme di nobili politici, che avrebbero ottenuto il potere, non appena sarebbe avvenuta l'annessione dello Stato pontificio al Piemonte; cosa che avvenne negli anni successivi e fu chiamata Unità d'Italia.

Vediamo, ora da vicino alcune sue opere.

Ettore Fieramosca, o la disfida di Barletta

Il testo del romanzo storico è reperibile alla pagina:Ettore Fieramosca, o la disfida di Barletta in una versione rifatta dall'autore nel 1850. Si tratta si un romanzo storico, nel senso che l'autore prende a pretesto nomi di personaggi storici del 1500, per esempio Ettore Fieramosca, un soldato dell'epoca, ed altri personaggi realmente esistiti; ma li racconta a modo suo, cioè inventa di sana pianta vicende mai esistite; descrive a volte luoghi esistiti ma inventandoli totalmente; il tutto per due motivi letterari, cioè il primo per coinvolgere il lettore a comprare il libro e a leggerlo; quindi per un motivo di soldi, ( l'Ettore Fieramosca gli procurò un primo utile guadagno di 5.000 franchi ) non necessari all'autore, in quanto viveva di rendita, dati i vasti possedimenti posseduti in Piemonte e in Lombardia; il secondo motivo è politico, cioè creare un modo di pensare politico nel lettore, in modo da suscitare in lui dei sentimenti politici coincidenti con le opinioni politiche volute dall'autore.

Il romanzo è composto da 19 capitoli.

La vicenda della disfida di Barletta è del tutto inventata; essa è in parte tratta da altri romanzi storici di autori pugliesi sconosciuti al grande pubblico italiano e internazionale di allora. Le vicende storiche sono ambientate in Puglia a partire dal 1503, nella attuale provincia di Barletta e Andria. La Puglia di allora era contesa sia dai soldati francesi e sia dai soldati spagnoli.

Ettore Fieramosca, originario di Capua, era innamorato di Ginevra; egli combatteva "per la virtuosa cagione di difendere sè ed i suoi dalle straniere aggressioni" si legge nel romanzo.

L'autore immagina una sfida con lo scopo di far intendere al lettore che i cavalieri italiani siano più forti sia dei cavalieri francesi, sia dei cavalieri spagnoli; chiaro l'intento politico dell'autore di voler spronare il popolo italiano a combattere lo straniero, secondo la ideologia politica del Risorgimento.

Il Fieramosca si sceglie gli altri dodici cavalieri italiani da far partecipare alla disfida, tra cui anche Fanfulla da Lodi, che poi ritroveremo vestito da frate Giorgio a Firenze, durante l'assedio descritto nella secondo romanzo storico del d'Azeglio, cioè: Niccolò de' Lapi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni;

Il Fieramosca si portò poi nel campo dei francesi a consegnare la lettera di sfida ai francesi; i francesi accettarono la sfida ma vollero che i cavalieri fossero non dieci ma tredici per parte. I francesi consegnarono la lista dei 13 cavalieri francesi al Fieramosca; tra essi vi era anche Claudio Graziano d'Asti.

La sfida consiste inuna gara tra 13 cavalieri francesi e 13 cavalieri italiani, che allora erano al soldo degli spagnoli. Il fatto non è storicamente avvenuto, ma è stato in buona parte inventato dall'autore del romanzo storico. I cavalieri si sfidano e si combattono tra di loro fino a quando non si arrendono tutti quelli di una parte; in questo caso muore un cavaliere francese, cioè il marito di Ginevra, Claudio Graziano d'Asti, che combatte con i francesi contro i cavalieri italiani; agli cavalieri francesi si arrendono, onde evitare di essere uccisi. Vincono i cavalieri italiani. Infatti il d'Azeglio vuol fare vedere con questo romanzo che anche gli italiani sono valorosi.

Note

Ricordiamo che il romanzo fu sottoposto alla censura, cioè alcune parti dovettero essere eliminate e corrette, prima che venisse autorizzata la stampa su carta. Lo scopo era quello di formare gli italiani, cioè creare un modo di pensare italiano; l'Italia come nazione, sarebbe stata una conseguenza. L'autore nel 1833, anno della prima pubblicazione, si trovava a Milano, occupata allora dagli austriaci; il censore era l'abate Bellisomi; con vari stratagemmi, riportati nei suoi Ricordi, fece credere all'abate che quanto scritto nel romanzo era pura storia vera e non tutta pura invenzione del d'Azeglio. Fatto sta che a causa di questa autorizzazione alla stampa, l'abate Bellisomi perse il posto di lavoro.

Amore tra Ettore e Ginevra

L'amore tra il Fieramosca e Ginevra segue tutto il romanzo storico, in quanto l'autore vuol colpire la lettrice femminile, a cui piacciono assai le storie di amore; l'autore alterna descrizioni di questo amore e situazioni di battaglia della disfida in corso. Ettore segue Ginevra quando arriva a Roma e viene a sapere che è stata promessa in sposa e poi sposata con un cavaliere di nome Claudio Graziano d'Asti. Andò a trovarla e parlava spesso con lei. Poi seppe che si era ammalata ed era morta. Andò ai suoi funerali; al termine dei funerali la bara in cui giaceva morta Ginevra rimase in chiesa; tutti uscirono e se ne tornarono a casa; rimasero in chiesa solo Ettore e la bara; Ettore apre con forza il coperchio della bara, dà un leggero bacio sulle labbra di Ginevra, e mentre le tiene stretto il braccio sente il polso di lei battere ancora. Ginevra era ancora viva. Fece voto alla Madonna che mai avrebbe fatto all'amore con Ginevra, se fosse ritornata in vita e che avrebbe ucciso il suo marito, non appena sarebbe stato possibile. Aiutato dall'amico Franciotto, rimasto anche lui nascosto in Chiesa, dopo aver fatto ingoiare un poco di vino a Ginevra, vino preso dall'ampolla di vetro che si usa durante la Messa, trasportò Ginevra avvolta in un panno, fino alle barche che si trovavano nel Tevere. Venne a sapere che era stata somministrato a Ginevra un sonnifero, in modo che il duca la potesse rapire di nascosto, togliendola dalla bara, dopo i funerali in chiesa. Con la barca portò Ginevra lungo il Tevere sino alla Magliana; poi sino ad Ostia; poi sino a Gaeta via mare. Rimasero due anni a Gaeta; poi Ettore si arruolò con gli spagnoli, e portando con se Ginevra, passando da Taranto, circumnavigando il capo di Leuca, giunsero fino a Barletta. Non facevano all'amore in quanto Ettore manteneva il voto fatto. Ginevra andò a vivere in un Convento di monache detto di Sant'Orsola, situato su di un'isola ( isola mai esistita realmente, ma ideata dall'autore, forse prendendo spunto dalle isole Tremiti, dove vi era realmente il convento di Sant'Orsola) collegata alla terraferma mediante un ponte. Lei era indecisa se concedersi a Graziano oppure ad Ettore Fieramosca. Decise dapprima per Graziano, ma non lo disse ad Ettore, quando lui venne a trovarla nel monastero. Dopo varie ed avventurose peripezie, Ginevra morì veramente, prima ancora che la battaglia della disfida si svolgesse; il fatto della morte fu tenuto nascosto ad Ettore, che lo venne a sapere solo dopo la fine della disfida, finita vittoriosa per gli italiani. Amareggiato di questo il Fieramosca se va col suo cavallo errando per il Gargano e poi nulla si seppe di lui.

 

Messaggi patriottici

Riporto alcuni brani del romanzo.

Tratto dalla conclusione del romanzo

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Ma che diremo delle inimicizie ancor più sacrileghe e più insensate, che son durate sì lungamente e sì frequentemente risorte fra le varie parti d'una stessa nazione? Pur troppo l'Italia non può in questo rifiutare un primato di colpa e di vergogna, come in altre cose nessuno le nega un primato di merito e di gloria. E sebbene quelle inimicizie sieno state sempre e sieno più che mai deplorate e maladette, troppo è lungi ancora che il biasimo arrivi alla misura del fallo.

Ci sembra adunque che chi si fa di nuovo a notare alcuno di quei fatti dolorosi di che abbondano pur troppo le nostre storie, possa bensì adempiere imperfettamente un grande ufficio, ma non aver taccia di fare un ufficio inutile. Ci sembra di più che questo giudizio di disapprovazione debba apparir più sincero e riuscir più efficace quando uno lo porta su quella parte d'Italia dove è nato; chè altrimenti il giudizio potrebbe parer forse parziale, e non in tutto scevro da quel miserabile astio di municipio che intende vituperare. Perciò credemmo che ad un uomo nato in Piemonte convenisse più che ad altri far cadere sulla memoria di Grajano d'Asti il biasimo che hanno meritato l'opere sue.

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Critica

La scelta degli autori è importante sia nella critica letteraria, sia nella critica politica. In questi primi anni del 1800 assistiamo ai diversi autori e uomini politici, imparentati tra loro. Da un lato abbiamo il raccomandato dal diavolo detto Alessandro Manzoni; egli dà una figlia in isposa a Massimo d'Azeglio, la quale muore dopo appena tre anni di matrimonio. Manzoni rappresenta il trionfo del lato oscuro della chiesa, dove domina il Papato, nella figura dell'Innominato. Manzoni sostiene la chiesa cattolica, e ne rappresenta il trionfo. Trionfo deleterio non solo per l'Italia, ma per l'intero genere umano.

Il d'Azeglio è diverso; mette in luce le perversità della Chiesa cattolica, il cui Papa avvelena, tramite il figlio Cesare Borgia, non solo Ettore Fieramosca, ma anche la sua amata Gertrude, che dopo essere stata seviziata dal figlio del Papa, Cesare Borgia, muore anche lei avvelenata da lui, senza riuscire a salvarsi.


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